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IL MITO DELLO ZERBION
Barmasc
Il M. Zerbion
Salita al M. Zerbion
Leggenda: lo Zerbion

Foto 1 - Il Pian delle Signore.

Foto 2 - Il Pian Portola e l'omonimo Colle.

Foto 3 - La salita al Col Portola.

Foto 4 - La ripida salita.

Foto 5 - Arrivo alla sommità del colle.

Foto 6 - In cresta, lasciato il colle.

Foto 7 - Notevoli cornici lungo la cresta.

Foto 8 - Sulle rocce aggirando la seconda anticima.

Foto 9 - Raggiungimento della cresta ovest della seconda anticima.

Foto 10 - In vista della vetta.

Foto 11 - Ultima parte di misto, in ripida salita verso la cima.

Foto 12 - La foto ufficiale in vetta.

Foto 13 - Il ritorno.

Foto 14 - La discesa dal Colle Portola.

Foto 15 - Ultimi raggi di sole sul Rosa.
Chi non conosce lo Zerbion alzi una mano. Eh sì, chi non c'è stato non può definirsi nemmeno un turista della Val d'Ayas... per molti è la primissima cima in assoluto, la prima di una lunga serie nel mio caso, magari la prima e l'ultima per molti, comunque il panorama eccezionale che sa offrire in cambio di una fatica davvero alla portata di tutti è ben noto. La sua posizione sulla verticale di St.-Vincent ne fa un punto di osservazione privilegiato per l'intera Valle d'Aosta da Quincinetto al Bianco, nonchè per tutto il Rosa, la Valtournenche e la Val d'Ayas, naturalmente.
Provenendo da Barmasc, il notissimo cammino per raggiungere la cima dello Zerbion raggiunge il Col Portola, a quota 2410, passando per il turisticissimo Pian delle Signore e il Pian Portola; dalla sommità del Colle poi raggiunge la grande statua sulla vetta dopo un panoramico percorso quasi interamente in cresta. Il tempo richiesto per coprire l'intera distanza è di circa due ore a passo normale, senza fretta. In estate, naturalmente.
Già, solo che nel nostro caso è inverno. Lo Zerbion d'inverno è da prendere con le molle: il Col Portola è preceduto da un ripido canale che non vede luce per mesi e mesi; la cresta è costellata di grandi cornici di neve e poi ci sono alcuni altri punti rivolti a nord sulla cui transitabilità nutriamo dei sostanziosi dubbi. Per questi motivi durante la preparazione a tavolino delle nostre uscite invernali non l'abbiamo mai preso in considerazione; troppo alto, troppo ripido, troppo a rischio valanghe.
Arriviamo all'inizio di febbraio, e si prepara una nuova gita per il 4. Massi mi lancia l'idea dello Zerbion. Io raccolgo la sfida, pur senza la convinzione che la nostra impresa sarà coronata dal successo. Più che ogni altra cosa mi preoccupano le condizioni del Portola, non so se arriveremo alla sommità del Colle; da lì in poi non credo ci saranno grandi problemi, ma appunto bisogna riuscire a raggiungere la cresta. Si unisce anche Nicola, nostro concittadino nonchè alpinista e scialpinista. Grandi assenti Marco ed Ambra.
Alle 7 del mattino partiamo da Vercelli, e alle 9.15 siamo già in cammino a Barmasc, mentre il sole sta facendo capolino dagli alberi intorno al parcheggio. La giornata è magnifica, cielo blu e limpido, niente vento, visibilità illimitata che contrasta nettamente con la nebbia che abbiamo attraversato in pianura.
Massi e Nicola si muniscono di ciaspole già subito; io dopo aver valutato le condizioni del primo tratto di cammino decido che ne posso fare a meno fino al vicino Pian delle Signore (foto 1). Oltre a quelle e all'abbigliamento da montagna abbiamo con noi tutta l'attrezzatura che potrebbe servirci: ramponi, picca (lunga e d'epoca nel mio caso!), corda, cordini, moschettoni, imbrago; l'intenzione sarebbe quella di trovare un pendio adatto durante il ritorno ed eseguire alcune simulazioni di recupero da crepaccio.  In ogni caso la salita fino al suddetto pianoro è veloce e senza problemi; la neve è battuta e le ciaspole non erano necessarie.  Da lì possiamo già osservare il cammino davanti a noi, con il Colle, le anticime e la cima dello Zerbion con la sua grande Madonna.
L'innevamento del Colle è completo, come previsto. Il sole non ha ancora avuto modo di scaldarlo. Valuteremo sul posto la consistenza della neve, la presenza di eventuali pericolose cornici alla sommità e il rischio valanghe, in sostanza la fattibiltà della salita.
Per il momento lo spessore del manto nevoso è maggiore del previsto; l'ultima nevicata è stata dieci giorni prima, non abbondantissima. In molte zone della valle rivolte a sud ormai ci sono solo prati, ma non è questa la situazione di quest'area, che è ancora ricoperta da qualche decina di centimetri di neve farinosa.
In prossimità del ponte di legno sul Ru Cortot monto le racchette anch'io e procediamo verso la "tappa" successiva, il Pian Portola. Il sentiero è un tranquillo percorso nel bosco, che si presenta per lo più innevato. Dopo meno di un'ora dall'inizio del cammino, pause per foto, cioccolato, tè e ciaspole comprese, sbuchiamo al Pian Portola (foto 2), anch'esso completamente ricoperto di neve. I numerosi massi sparsi per il prato sono in parte nascosti; quello che notiamo in compenso è che ci sono parecchie tracce che portano al Colle, ma queste non seguono la tradizionale traccia estiva, che taglia in diagonale il pendio di nord-ovest; seguono invece un percorso nuovo, inesistente quando non c'è neve, sul pendio in ombra al centro della foto a destra, normalmente occupato solo da alberi.
Il motivo di questo va ricercato nell'esposizione alle valanghe del pendio a destra, valanghe che spesso scendono dalla cresta sovrastante, dove sono in effetti presenti delle cornici, scaricandosi proprio sulla traccia del sentiero. In questo caso il rischio valanghe è basso, e non ne sono nemmeno cadute precedentemente, ma rimane il rischio di provocarle tagliando il pendio. Ciononostante, raccogliamo l'invito di chi è passato prima di noi e seguiamo la nuova traccia nel bosco.
Guardando indietro non possiamo non notare che il colpo d'occhio sul Rosa sia davvero totale. Non una nuvola sull'intero massiccio, visibilità perfetta su tutte le cime dai Breithorn alla Gnifetti, sulla cui sommità è riconoscibile la scura sagoma della Capanna Margherita, il rifugio più alto d'Europa.
Ben presto raggiungiamo la base del colle (foto 3). Da qui possiamo farci una vaga idea di ciò che stiamo per accingerci a fare: non sembra che ci siano cornici che minacciano di crollarci addosso, in compenso la neve è tanta e farinosa, morbida come zucchero a velo, e ci rende molto faticoso l'avanzamento. Ci sono parecchie tracce di sci, alcune delle quali partono dal colle, altre da metà altezza. La cosa comunque non ci aiuta molto; ovviamente a piedi non possiamo seguire il loro serpeggiare, e comunque la consistenza farinosa della copertura nevosa è rimasta immutata, impedendo alle nostre ciaspole di "galleggiare" e lasciandoci sprofondare fino alle anche a ogni passo. Lo sforzo messo in molti passi viene vanificato immediatamente da un inevitabile ritorno al passo precedente. Qualche metro a quattro zampe può aiutare, ma non sempre si riesce!
Massi è il primo a passare ai ramponi, mentre Nicola si libera delle racchette e decide di proseguire con i soli scarponi; ci ritroviamo quindi a procedere con tre assetti diversi, ma in ogni caso molto, molto lentamente. Ci teniamo anche a debita distanza, in modo da non essere travolti tutti e tre nel malaugurato (ed improbabile, comunque) caso in cui dovesse staccarsi una valanga dal pendio.
I ramponi di Massi non sembrano dargli particolari vantaggi; neanch'io con le mie ciaspole comunque riesco a fare molto di più. Il colle è lì sopra, sembra vicinissimo ma quanti metri ancora da percorrere...
Nel tratto superiore (foto 4) sembra che Massi riprenda velocità, forse la consistenza della neve si è fatta più adatta ai ramponi; nel frattempo veniamo raggiunti da uno scialpinista che risale sulle nostre tracce con la tavola sulla schiena. In ogni caso siamo finalmente alla fine del canale, e raggiuntolo (foto 5) finalmente torniamo alla luce del sole. Ci fermiamo qualche minuto a riprendere fiato e a godere della splendida atmosfera che questa giornata sa regalarci. Il versante ovest si presenta innevato solo in parte, in netto contrasto con quello ayassino. La salita fin qui ha richiesto due ore abbondanti, pause incluse, un tempo che in condizioni estive è sufficienti a raggiungere comodamente la vetta.
Prima di ripartire valuto attentamente le condizioni di quanto posso vedere del sentiero davanti a noi; questo è in parte coperto da neve, in parte ne è libero. In ogni caso lo spessore della copertura è tradito da frequenti ciuffi d'erba.
Decido pertanto di proseguire senza ciaspole e senza ramponi, a differenza di Massi che tiene gli ultimi.
Il primo tratto è più che facile, praticamente in piano (foto 6); taglia il morbido pendio procedendo grossomodo in direzione sud e costeggiando la prima anticima, sulla cui sommità termina la Via Crucis. Approfitto di un'ulteriore breve sosta per salire su questa piccola cima a scattare qualche foto alle bellissime cornici nevose che si protendono verso est dall cresta che stiamo per percorrere, belle quanto pericolose, se non si sta a debita distanza da loro (foto 7).
Il tratto successivo ci porterà ad aggirare la seconda anticima, per intenderci quella dove in una piccola grotta scavata dal vento nella roccia friabile sono state portate molte immagini religiose. La cosa si presenta inizialmente senza problemi, con la sola necessità vitale di tenersi a distanza dalle cornici, cosa facile rimanendo dove spuntano i ciuffi d'erba; segue poi una parte su pendio esposto a nord che sappiamo essere ripido e con fondo molto friabile. Questo punto potrebbe effettivamente darci dei problemi, il sentiero estivo, che in questa zona è stato modificato da alcuni anni, non è visibile e comunque non si può dare per sicuro.
La neve ricopre irregolarmente il terreno; ci sono punti in cui si sprofonda nella farina, altri in cui le punte dei ramponi (di Massi, perchè li ha solo lui!) entrano a malapena nel ghiaccio, altri in cui si cammina sulla terra. In ogni caso il forte vento che ha seguito l'ultima nevicata ha modellato la superficie nevosa creando meravigliosi arabeschi.
Avvicinandoci al versante ripido cerchiamo di ricostruire il tracciato del sentiero, ma appare subito chiaro che questo non è nè riconoscibile nè percorribile in sicurezza. Decidiamo allora di mantenerci più alti, dirigendoci verso il punto dove intendiamo scavalcare la cresta ovest della seconda anticima. Sappiamo già che, raggiuntolo, dovremo scendere di diversi metri sul lato nord per riunirci al sentiero, che questa volta è un passaggio obbligato ma anche comodo e sicuro, a ridosso delle rocce.
L'idea si concretizza in un tratto di misto (foto 8), che alterna ripide salite su neve a passaggi sulla roccia stratificata, friabile e tagliente che costituisce questa anticima.
Ancora qualche sforzo (foto 9) e scavalchiamo finalmente questa crestina, che si presenta senza alcuna cornice, ma ricoperta di neve gelata su cui i ramponi, che continua ad usare solo Massi, fanno presa a stento. È proprio Massi il primo a muovere i primi passi verso il sentiero sottostante, e si rende conto che pochissimi metri più in basso la neve è già meno ghiacciata; io e Nicola decidiamo di evitare l'operazione di montaggio dei ramponi, che comporterebbe l'apertura dello zaino, e procedere con attenzione senza per questi metri. Ed è vero, sono proprio pochi metri, poi la neve si fa più morbida. È appunto zampettando nella neve che perdo improvvisamente aderenza e inizio a scivolare lungo il pendio che so finire su un salto di roccia. Inutile cercare di fermarsi con i piedi, ma uso il mio sangue freddo: un colpo secco all'indietro con la picca per piantare la becca nella neve, e lo strappo della dragonne mi blocca all'istante, tutto ovviamente in una frazione di secondo: avrò perso sì e no un paio di metri. Non posso dire di aver provato questa cosa prima, però per lo meno quando mi è servito l'ho saputo fare... non ho avuto modo di metterci tutto il mio peso sopra, ma in ogni caso ha funzionato. Anche divertente, se non fosse che la scarpata sotto era tutt'altro che da esercitazione!
La grotta con i santini è raggiunta, la statua che rappresenta la nostra meta è in vista, ma ci rimane da affrontare un ultimo tratto in piano o quasi (foto 10), seguito dall'ultima salita che porta in vetta e che ci costringerà ad inventarci ancora qualcosa.
Massi, che è più avanti, ha già iniziato ad "esplorare" il tratto successivo. Approfittando di un punto tranquillo io e Nicola decidiamo di seguire il suo esempio e metterci i ramponi, onde evitare di doverlo fare in un posto meno tranquillo, magari col rischio di veder rotolare giù gli zaini.
Nel frattempo vediamo anche muoversi sulla cresta ovest della cima la sagoma di una persona, proveniente dall'altro versante - cosa questa sicura perchè dal nostro lato non c'erano tracce prima del nostro passaggio.
Il sentiero estivo raggiunge la cima aggirandola da ovest, scavalcando la cresta e poi salendo dritto; inevitabile dire che questo è al momento del tutto impossibile (se pretendiamo un minimo di sicurezza!) e pertanto ci accingiamo ad inventarci un nuovo misto sulle rocce della cresta nord (foto 11).
Sulla cima ci sono due persone, che vedono finalmente sbucare la testa e la picca di Massi dalle rocce della cresta: sono le 14.38 quando raggiungiamo il piedistallo della statua, e con esso la nostra meta. L'abbiamo voluta, abbiamo faticato per più di 5 ore, ci siamo inventati un percorso, siamo stati in grado di cavarcela e quindi ce la siamo sicuramente meritata.
L'atmosfera è qualcosa di impensabile, considerata la stagione: la temperatura è del tutto mite, a volte in estate ce la sognamo un'aria così. Il vento è assente, la visibilità è illimitata in ogni direzione e l'unica nota stonata è la fitta foschia che avvolge tutto il fondovalle fino agli  800 metri.
Ci concediamo un tranquillo pranzo con quanto abbiamo portato da casa; Massi abbozza un discorso su Windows Vista (uscito da 5 giorni) con i due ragazzi incontrati in cima salvo poi scoprire di avere davanti un estimatore di Linux (:-) ).
Un po' di riposo ci voleva... in particolare io non sono partito al 100% della forma, dopo una settimana con qualche segno di influenza. Il tempo però inizia a stringere: le giornate sono ancora corte, il tramonto è prima delle 18, poi avremo ancora un po' di luce; il margine c'è, ma non sappiamo quanto tempo ci vorrà per scendere. Sappiamo comunque che l'importante è liberarci del Colle Portola; dalla sua base in poi ce la possiamo cavare tranquillamente anche con le lampade frontali, conosciamo la strada.
Prima di andarcene, ci facciamo scattare la foto ufficiale di vetta (foto 12).
Alle 15.28 inizia il viaggio di ritorno. Questa volta non seguiamo la cresta nord, e optiamo per tentare il primo tratto del sentiero racchette ai piedi; scendiamo dunque lungo la parte sommitale della cresta ovest, e passiamo poi sul versante nord, procedendo sulla neve ma senza particolari problemi.
Puntando all'anticima più vicina perdiamo quota lasciandoci scivolare sulla neve per parecchi metri, operazione che oltre ad essere divertente ci permette di risparmiare tempo ed energie: inutile contrastare la forza di gravità quando questa può fare del lavoro per noi. Un accorgimento utile sarebbe stato quello di chiudere le tasche per evitare di riempirle di neve, ma... troppo tardi... :-)
Raggiunta la quota della base delle rocce dell'anticima riprendiamo la nostra traccia del mattino, che serpeggia tra neve ed erba (foto 13). Davanti a noi si stagliano tutto il Rosa e il Cervino.
Alle 16.56 siamo nuovamente in cima al Col Portola, e ci prepariamo a scendere definitivamente nell'ombra e a salutare sicuramente il tepore che ci viene offerto dal sole.
Ipotizziamo di scendere con le racchette, poi dopo qualche metro optiamo per i ramponi (probabilmente la discesa sarebbe risultata fattibile comunque).
La prima cosa che siamo costretti a registrare è che la temperatura è crollata immediatamente più del previsto: non abbiamo freddo ma il fatto che la neve inizi a ghiacciare sui ramponi e che il loro metallo cominci ad apparire "appiccicoso" ci fa capire che siamo abbondantemente sotto zero.
La discesa lungo il tratto più ripido (foto 14) procede comunque senza particolari problemi, con calma ma con continuità; la neve che in mattinata ci rendeva difficoltosa la salita adesso ci allunga il passo. Arrivati al cambio di pendenza a metà discesa verso il Pian Portola decidiamo nuovamente di montare le ciaspole. L'operazione normalmente richiederebbe un attimo ma questa volta è davvero difficile.
Gli attacchi del ramponi sono ormai inevitabilmente ghiacciati sugli scarponi; il rischio di rimanere con le dita attaccate al metallo non è inesistente, ma non riusciamo a sganciarli con i guanti, e per forza di cose ci ritroviamo con le dita nella neve a far scivolare le fettucce ghiacciate negli anelli dei ramponi.
Anche rimettere le ciaspole non è una cosa immediata, perchè dentro alle chiusure è entrata della neve che si è trasformata in ghiaccio. Io mi ritrovo a soffiare dentro ad una di queste chiusure per sghiacciarla prima di poterla agganciare.
A operazione conclusa mi ritrovo con le dita delle mani gelate e bagnate, addirittura difficili da mettere nei guanti. In compenso adesso possiamo ricominciare a scivolare velocemente verso valle; arrivati al Pian Portola non ho ancora ripreso l'uso delle mani, e il dolore che ne deriva è fortissimo. Saremo già nel bosco quando sentirò l'inconfondibile formicolio, segno che la circolazione è ripresa e la situazione va normalizzandosi.
Intanto mentre tutte le cime sono ormai in ombra il Rosa è ancora illuminato dalla luce del tramonto, e si è tinto davvero di rosa (foto 15) regalandoci l'ultimo spettacolo della giornata, difficile da fotografare per via del tempo di esposizione e del freddo, e tanto imperdibile quanto effimero. In pochi minuti, infatti, la luce è andata del tutto, ma il cielo luminoso ci permette comunque di procedere. L'unico problema è che la luce diffusa, del tutto priva di ombre, rende un po' difficoltoso il riconoscimento della traccia a terra. Massi utilizza la frontale per un breve tratto, e io e Nicola seguiamo semplicemente il suo cammino a brevissima distanza, poi dal Pian delle Signore in avanti, dopo esserci fermati qualche attimo a godere del perfetto silenzio della montagna, attraversiamo il notissimo bosco fino al parcheggio con la luce ambientale.
Arriviamo al parcheggio intorno alle 18.30, appena prima che sia buio pesto. Fermandoci a sistemare l'attrezzatura nel bagagliaio il freddo inizia a farsi sentire, e per quanto secca sia l'aria sono convinto che la temperatura di -3 indicata dal termometro del climatizzatore sia assolutamente ottimistica.
L'impresa è finita; in omaggio alle "vere" salite alpinistiche difficili la possiamo definire una "gita impegnativa". Nelle condizioni in cui l'abbiamo trovato, la salita allo Zerbion via Col Portola può essere secondo noi classificata F, facile ma alpinistica (volendo fare un raffronto, la normale al Castore è considerata F+), non essendo tracciata e richiedendo attrezzature oltre l'escursionistico e capacità di giudizio sufficienti a non ficcarsi nei guai.
Il giorno dopo le nostre foto saranno sul forum AroundAyas, dove la gita sembra essere stata ammirata e apprezzata.
Ma soprattutto ci rimane l'idea di aver sfatato un mito che avevamo da anni: lo Zerbion in inverno si può raggiungere. Con attenzione, naturalmente.

Hanno partecipato alla salita allo Zerbion del 4/2/2007:

"Piccole storie quotidiane"