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LA CAPANNA DELLA ZIA MEG
Per trovare l'inizio di questa storia bisogna tornare indietro nel tempo di diversi anni, fino ad una data che è ancora possibile determinare con precisione: era il 14 agosto del 2004, giorno in cui per la prima volta io e alcuni dei miei storici compagni di camminata (Alina, Barbara, Luca e Massi in quell'occasione) abbiamo messo per la prima volta i piedi al rifugio Quintino Sella. Su quella salita è stato al tempo scritto anche il "Diario del rifugio Quintino Sella", il primo ad essere pubblicato qui. Sembrava allora un'impresa eroica, ma il tempo è passato, alcuni di noi si sono evoluti alpinisticamente e ormai quel rifugio, con la sua mitica e famigerata cresta attrezzata, è tappa abituale per raggiungere o tornare da mete più elevate.
Al ritorno da quella gita, però, riuniti per un istante di riposo nella mia casa di Champoluc, l'occhio era caduto sulla foto panoramica appesa dietro al divano. Foto bella e comune, venduta in chissà quante copie e appesa in altrettante case di montagna e non: una visione d'insieme sul Cervino e il Rosa al tramonto, scattata con tutta probabilità dal Testa Grigia. Dovrebbe essere tutt'ora in vendita anche come cartolina, e ne esiste anche la versione diurna.
"Andremo qui entro dieci anni" aveva detto Massi puntando il dito sulla Punta Gnifetti e la Capanna Margherita, un puntino - appena visibile nella foto - che avevamo osservato per buona parte della giornata dal vivo ma da molto lontano.
Insomma, una sfida non tra di noi ma alle nostre capacità di miglioramento, prima di tutto, perchè se a stento avevamo raggiunto i 3585 metri del Quintino Sella, per di più utilizzando il fuoristrada per salita e discesa dal Bettaforca, l'ascesa ai 4559 metri del rifugio più alto l'Europa si poteva considerare un'impresa mitica e assolutamente fuori portata: nessuno di noi aveva ancora toccato con mano un 4000, non sapevamo fare un nodo, nè camminare su un ghiacciaio. Aspetto secondario per importanza ma comunque non trascurabile la mancanza quasi totale di attrezzatura.
Il tempo, come sempre, passa facendo maturare le cose e (in alcuni fortunati casi!) le persone. Massi si dà all'alpinismo, segue il corso del CAI Vercelli, e il Breithorn Occidentale diventa il suo primo 4000 già nel 2005. Chi per motivi di lavoro e quindi di mancanza di tempo libero rimane indietro sono io: il battesimo del 4000 sarà per me sul Castore, il 4 settembre 2006 (anche in quell'occasione è stato scritto un diario). Ci tornerò altre 3 volte (finora), una delle quali con traversata ovest-est, ma Massi ha già vinto la sua scommessa raggiungendo la Margherita in quello stesso 2005 e tornando con un'esperienza nuova, tante belle foto su cui sognare il ghiaccio sotto i piedi e il racconto di una salita senza particolari difficoltà ma inevitabilmente lunga. Non si fermerà lì, comunque, e al momento della scrittura di questo testo ha ormai collezionato 20 4000.
Vado molto più calmo io; il Castore e le sue ripetizioni rimangono la mia unica cima fino al luglio 2009, quando riesco a piantare la bandierina sui Breithorn Occidentale e Centrale. All'inizio di agosto la quarta salita al Castore, ma quel puntino lassù sulla Gnifetti ... rimane un progetto non realizzato.
Foto 1 - Lo Stolemberg si presenta avvolto dalla nebbia.
Foto 2 - Attraversamento del ghiacciaio di Indren tra i rottami dei vecchi skilift.
Foto 3 - Arrivo al Mantova.
Foto 4 - Crepuscolo sulla Vincent, con le luci della Capanna Gnifetti.
Foto 5 - 5.03: ultimi momenti di preparazione prima della partenza.
Foto 6 - 6.34: l'alba sulla Piramide Vincent vista da nord, nei pressi del Balmenhorn.
Foto 7 - Prima pennellata di luce sul Lyskamm Orientale.
Foto 8 - 7.06: pausa al Colle del Lys.
Foto 9 - La Zumstein (4563) e alla sua sinistra la cresta sud-est della Dufour.
Foto 10 - 8.04: la Capanna Margherita ormai vicina.
Foto 11 - Dufour e Nordend dalla Zumstein.
Foto 12 - Trasporto di materiale con elicottero.
Foto 13 - La sala da pranzo della Margherita.
Foto 14 - Foto di gruppo sul balcone del rifugio: missione compiuta.
Foto 15 - Panorama sulla Valsesia.
Foto 16 - Zumstein, Dufour e Nordend dalla Gnifetti.
Foto 17 - In discesa verso il Colle del Lys.
Foto 18 - Il traverso a nord della Parrot.
Foto 19 - Avvicinamento al Balmenhorn.
Foto 20 - La salita al Balmenhorn.
Foto 21 - In vetta al Balmenhorn: il bivacco, la statua e il nostro gruppo.
Foto 22 - Ritorno sul ghiacciaio di Indren.
Foto 23 - Il cantiere della nuova funivia.

Nell'agosto dello stesso 2009 l'occasione: Lauretta e Giovanni mi invitano a tentare la Margherita.
L'entità dell'impresa è ormai cosa nota: avvicinamento, dislivello, crepacci, quota, distanza. L'allenamento senza dubbio c'è (la settimana prima ho già concatenato Castore, Voghel e Becca di Vlou in tre giorni di cammino consecutivi per oltre 3400 metri di dislivello), l'attrezzatura non manca di certo. Previsioni meteo buone, si va.

12 agosto.

Nella tarda mattinata del 12 iniziamo l'avvicinamento: trasferimento da Champoluc a Brusson e da Brusson a Stafal, poi in funivia e ovovia fino al Passo dei Salati (la funivia di Punta Indren, utilizzata da Massi qualche anno prima, non è più operativa), poi attraversamento dello Stolemberg e del Ghiacciaio di Indren.
Lo Stolemberg meriterebbe un discorso a sè, perchè anni addietro io e Massi eravamo fermamente convinti che il suo superamento fosse un'impresa alpinistica di tutto rilievo, rivelandosi poi un semplice sentiero attrezzato con corda fissa, più facile e breve dell'ormai nota cresta del Quintino Sella. Superatolo, il passo per raggiungere il rifugio Mantova è breve.
Il tempo però non è proprio bello come ce l'aspettavamo: lo Stolemberg è immerso nella nebbia (foto 1). La visibilità è quasi azzerata, procediamo comunque senza problemi seguendo le tracce di sentiero e la fiumana di gente che scende.
A Indren la situazione non è certo meglio; scambiamo un nevaio iniziale per il ghiacciaio e ci stupiamo così della sua brevità; in compenso una volta sul vero ghiacciaio di Indren, ancora costellato dai rottami metallici dei vecchi skilift in disuso, non abbiamo idea di quanto manchi ancora al raggiungimento dell'altro lato (foto 2). Ci sono evidentissime tracce da seguire, ma il disorientamento è assoluto in quella zona a noi sconosciuta; sentiamo i rumori provenienti dal cantiere della nuova funivia ma non vediamo niente, e solo il GPS ci dà una vaga idea della nostra posizione. Peccato aver fatto l'errore di cancellare il waypoint del Mantova scaricato tempo prima (ho ancora quello della Margherita).
A 1h55' dalla partenza dai Salati siamo finalmente al "nostro" rifugio Mantova, che si presenta con la sua bella nuova sala da pranzo in legno affiancata alla costruzione in pietra originale (foto 3). La camera che ci viene assegnata è da 7 posti; gli altri 4 occupanti sono una guida e 3 clienti da portare alla Margherita, probabilmente la meta scelta dalla maggior parte dei presenti al rifugio, che è strapieno così come è satura anche la Capanna Gnifetti.
Il tempo si mantiene sul così così, il sole sul rifugio va e viene ma le nubi sembrano soprattutto più in basso e tutti i 4000 sono sgombri. A scopo precauzionale rivediamo i nostri progetti per il giorno successivo: target principale la Margherita, bonus la Punta Zumstein. Se il tempo dovesse inopportunamente peggiorare sotto la soglia di sicurezza, deviazione anticipata verso la meta alternativa, la più vicina Piramide Vincent. GPS sotto mano nel caso la visibilità dovesse annullarsi e dovessimo fare dietro-front a caccia delle nostre stesse tracce (la zona tra la Capanna Gnifetti e la Vincent è nota per essere un labirino di crepacci).
La cena è ottima, con un suggestivo panorama sulle nubi rischiarate dalla luce del tramonto. Appare e scompare di continuo il Quintino Sella; il Lyskamm campeggia sopra le nostre teste. Un nostro compagno di tavolata è conoscitore della Val d'Ayas, e apprezzo ampiamente la notizia che AyasTrekking risulta essere tra i suoi siti preferiti.
In serata, rinfrescate le rocce e arrestati i moti convettivi, le nuvole lasciano spazio a un bel cielo sereno, con l'ultima luce a mostrare ancora a lungo lo scenario di roccia e ghiaccio che ci circonda (foto 4). Dal retro del rifugio avvistiamo, tra miliardi di astri dalla luce quasi accecante, una stella cadente: il desiderio espresso è naturalmente quello di arrivare alla Margherita.

13 agosto.

Sveglia alle 4, dopo una notte che per me è stranamente non del tutto insonne.
Per qualche motivo ce la prendiamo abbastanza comoda a prepararci... sistemazione dell'attrezzatura, colazione, cambio di abbigliamento, allestimento della cordata (foto 5). Risultato: quando partiamo - intorno alle 5.10 - siamo abbondantemente gli ultimi, mentre il cielo stellato fa da eco al ghiacciaio su cui luccicano, numerosissime, le lampade frontali delle molte cordate che salgono verso il Colle del Lys. E proprio il cielo, limpido e sereno, infonde ottimismo sulla riuscita dell'impresa.
Partire ultimi non è un problema quando il ghiacciaio è in condizioni ottime e soprattutto la locomotiva della cordata è Lauretta: i sorpassi delle altre cordate iniziano già prima di arrivare al traverso della Capanna Gnifetti. Cordate a volte lunghissime, 5, 6 componenti, con cui l'incrocio dura anche minuti. Sappiamo di essere in una zona pericolosa, e forse anche per questo cerchiamo di uscirne al più presto, senza separarci però dalla larga traccia battuta, quest'anno particolarmente a est, quasi contro la parete ovest della Vincent. Nel buio quasi totale avvistiamo alcuni crepacci a fianco della traccia.
Quando all'alba spegniamo le frontali, non più necessarie, siamo ormai oltre la stessa Vincent (foto 6) e nel mezzo del gruppo che si è rimpolpato e mischiato con gli alpinisti provenienti dalla Gnifetti.
Dietro di noi la Valle di Gressoney, ancora in ombra, sui cui è rimasto un sottile velo di nubi. Un residuo del giorno precedente, probabilmente, e talmente in basso che l'ottimismo rimane; quassù il cielo è blu, limpido e perfettamente sereno.
Superiamo il roccioso Balmenhorn, su cui si staglia la sagoma del Cristo delle Vette, restaurato nell'estate del 2008, mentre i primi raggi del sole illuminano la vetta del Lyskamm Orientale (foto 7).
Giunti al Colle del Lys ci concediamo una piccola pausa tra le numerose tende presenti (foto 8), e ritroviamo anche i nostri vicini di... sedia, ora diretti alla Parrot. Intorno a noi appaiono ora quasi tutte le cime della parte orientale del Rosa: la Parrot, il Corno Nero, la Ludwigshöhe, la Zumstein, la Dufour e naturalmente la Punta Gnifetti, con quel famoso puntino nero che ormai appare vicino come non è mai stato. Dietro di noi il Lyskamm Orientale mostra illuminata dal sole la sua impressionante parete nord, e oltre si mostra inconfondibile il Cervino.
Siamo ancora abbastanza freschi e riposati, e non soffriamo di problemi legati alla quota; ovviamente l'ipotesi di disertare la Margherita è caduta da un pezzo.
Ripartiti come sempre a razzo dal Colle del Lys scendiamo leggermente sul lato svizzero, dove si separano le tracce che scendono verso la Monte Rosa Hutte, e risaliamo poi verso il Colle Gnifetti che separa la Punta Gnifetti e la Zumstein, da cui la Margherita non è più il famoso puntino nero, ma una sagoma ben definita con balconi, comignoli, antenne e finestre (foto 10).
Pensavo che saremmo saliti direttamente al rifugio, e poi eventualmente avremmo tentato anche l'obiettivo aggiuntivo, ma ecco che inaspettatamente la capocordata piega a sinistra e si dirige verso la Zumstein. Sarà dunque lassù che tenteremo di piantare la prima bandierina.
La via di salita è ben tracciata, come del resto sono autostrade anche tutte le altre vie verso tutte le altre cime; il percorso si avvicina alla vetta aumentando gradualmente ma costantemente la propria pendenza. La cresta si fa ben presto decisamente affilata, finchè non ci troviamo ad affrontare le roccette che precedono la cima. Mai visto un tratto di misto in vita mia, ma al di là del fastidio dato dall'avere la corda tra i piedi (e tra i ramponi, esattamente il luogo peggiore!) la salita continua. "Vetta!" esclama Lauretta poco dopo. "Vetta?" chiedo conferma io che seguo a pochi metri di distanza. Eh sì, la nostra prima di cordata è arrivata a destinazione, ma in pochi secondi ci sono anch'io. "Cioè... vuoi dire che IO sono sulla Zumstein?" chiedo, come a cercare una conferma alla riuscita di un'impresa che ho sempre visto come di molto fuori dalla mia portata e che adesso, senza che sia stata teorizzata nè studiata nei dettagli a tavolino per chissà quanto tempo, sembra quasi una piacevole sorpresa. Ancora qualche secondo e pure Giovanni raggiunge i 4564 metri di quota della sommità, da cui il panorama è senz'ombra di dubbio da togliere il fiato. Sono le 8.36 e sotto di noi un universo di montagne dai nomi per noi leggendari ma anche sconosciute; tra quelle più basse impossibile non citare la Punta Gnifetti (inferiore di pochissimi metri) e incredibilmente anche il mitico Cervino. Ma più alta è la vicinissima sagoma rocciosa della Dufour, 4635, la cima più alta del massiccio del Rosa (foto 11), seguita dalla Nordend, la magnifica cima aguzza che possiamo osservare alla sua destra. A ovest naturalmente non può che superarci anche il Bianco.
Il nostro è un punto di osservazione fantastico ed entusiasmante ma a dire il vero tutt'altro che impossibile: la salita ha richiesto solo 3h15', molto meno del previsto, e non abbiamo incontrato alcuna difficoltà. In una giornata così queste montagne sembrano tutte amiche, pronte a mostrare il proprio lato migliore, ma come sempre va ricordato che per quanto giudicate facili richiedono preparazione e prudenza: impossibile dimenticare che purtroppo non di rado capita di pagare con la vita l'ambizione di venire quassù.
Ci sarebbero mille foto da scattare, ma lo stato di contemplazione dato dall'emozione della vetta (o è ipossia? Ma comunque è il nostro record personale di quota) dura poco, perchè nel giro di pochissimi minuti veniamo raggiunti da così tanti alpinisti che facciamo persino fatica a girarci, e il rischio di ramponare corde proprie e altrui, nonchè quello di scaraventare giù qualcuno con un colpo di zaino, si fa tutt'altro che remoto. Non si può certo dire che la nostra discesa dalla Zumstein non sia una fuga, all'inizio della quale dobbiamo ancora vedercela con ulteriori cordate impegnate nella salita del collo di bottiglia rappresentato dal breve tratto di misto e dalla cresta.
In pochi minuti, comunque, superate roccette, cresta e incrociato chi sale, siamo nuovamente al colle Gnifetti, diretti questa volta al rifugio dove, approfittando delle favorevolissime condizioni meteo, è in corso il trasporto di materiale da e verso Zermatt con due elicotteri SA-315B "Lama" (foto 12); salta pertanto la possibilità di un paio di scatti sul piccolo piazzale di fianco al rifugio perchè il medesimo è utilizzato per l'assicurazione delle reti al gancio baricentrico e gli atterraggi. Tra un elicottero e l'altro ci avviciniamo al rifugio, ci liberiamo di picche e ramponi ed entriamo finalmente all'interno della Capanna Margherita.
Nei corridoi c'è fermento per via delle operazioni in corso, per cui ci fermiamo nella sala da pranzo (foto 13). Alla fine, anche la Margherita come interni non è molto dissimile da altri rifugi di alta quota già conosciuti, ad esempio il Quintino Sella o il Guide di Ayas: costruzione in legno, rivestimento in metallo, finestre piccole, impianto elettrico in canaline ignifughe a vista. I presenti non sono tantissimi, ma va considerato che è piuttosto presto (9.55 al momento dello scatto della foto 14) e molti saranno probabilmente ancora in cammino.
Anche uno dei balconi sul lato sud del rifugio è utilizzato per l'aggancio di grosse casse all'elicottero, così ci spostiamo su quello nei pressi dell'angolo sud-est e ci godiamo la vista e il sole caldo.
Il panorama? Montagne a perdita d'occhio, naturalmente, e quasi tutte più basse con le eccezioni sopra elencate a cui va aggiunta la Zumstein stessa (ma basterebbe salire sul tetto per pareggiare i conti!). In compenso da qui la visuale è più aperta sulle valli italiane, principalmente la Valle Anzasca, la Valsesia (foto 15) e parte di quella di Gressoney, e poi per traverso naturalmente Ayas, di cui si riconoscono molte cime principali ma che poi sparisce coperta dall'imponente massa dei Lyskamm. Impossibile pretendere di vedere la pianura, che appare come sempre immersa in un mare di foschia, e non potrebbe essere diversamente in un giorno che laggiù è caldo come spessissimo accade in questa estate bollente. In compenso qualcuno sta emergendo dalla Cresta Signal.
Il tempo sta reggendo bene: alcuni cumuletti stanno iniziando a formarsi sulle vette, ma si fermano a quote molto più basse della nostra. La situazione potrebbe svilupparsi in modo analogo a quanto accaduto il giorno precedente, ma siamo ormai abituati all'idea di attraversare lo Stolemberg nelle nuvole.
Intorno alle 10, lasciato passare l'ultimo elicottero, riprendiamo la via di casa. Il cammino non è poi lunghissimo, ed è quasi tutta discesa, ma dovremo poi ancora scendere a Stafal e soprattutto a Pont St.-Martin e risalire in Ayas. Per la cronaca, a Champoluc avrei pure ospiti.
Un ultimo sguardo al gruppo Zumstein - Dufour - Nordend (foto 16), e poi giù verso valle (foto 17), incrociando ancora numerose cordate in salita.
Diciamocelo, le montagne intorno a noi sono estremamente invitanti, Ludwigshöhe, Parrot (foto 18) e Vincent in testa, ma saranno un buon pretesto per tornare l'anno prossimo.
La tentazione a cui non resistiamo è quella del Balmenhorn, 4167, così vicino e piccolo (foto 19), su cui sono presenti il bivacco Giordano e il Cristo delle Vette; deviato quindi dalla traccia principale (potevamo staccarcene anche prima ed evitare una leggera risalita, ma la decisione è arrivata tardi...) ci portiamo al colletto alla sua sinistra. Qui osserviamo il percorso di salita - una paretina di una decina di metri attrezzata con numerosi gradini metallici e un canapone (foto 20) -, ci liberiamo degli zaini, ci sleghiamo e saliamo, raggranellando così la terza cima del giorno (anche se non è considerato un 4000 "ufficiale") e una nuova foto di vetta (foto 21). Avendo tenuto i ramponi (forse per pigrizia di toglierli) tralasciamo però l'entrata nel bivacco per evitare di smussarne le punte sulla placchetta che lo precede, anch'essa attrezzata con una corda.
SI è fatta comunque l'ora di lasciare veramente quei luoghi meravigliosi e fare ritorno alla nostra metà del mondo.
In confronto alla salita la discesa, durante la quale avremo modo di renderci conto di quanti crepacci - invisibili nel buio della notte - abbiamo superato senza saperlo, sembrerà interminabile, e una volta al Mantova saremo comunque ben felici di toglierci scarponi e abbigliamento da alta montagna: ci voleva senza alcun dubbio, ma adesso fa davvero un caldo infernale.
Durante il tragitto abbiamo questa volta l'occasione di vedere meglio ciò che abbiamo già fatto alla cieca il giorno precedente: il ghiacciaio di Indren tutto sommato è lunghetto (foto 22), e il cantiere per la stazione della nuova funivia è oggettivamente un pugno nello stomaco (foto 23). Certo, forse sarà possibile arrivare alla Margherita in giornata, ma a che prezzo?
Nemmeno lo Stolemberg è più immerso nelle nuvole, e il ritorno al Passo dei Salati è solo questione di tempo: un'ora e mezza circa dal Mantova.
Bilancio delle due giornate: immensamente positivo, senza dubbio. Due 4000 nuovi portati a casa (certo non dei più impegnativi), record di quota personali superati, difficoltà incontrate: nessuna, problemi fisici limitati a un po' di mal di testa durante la discesa. Muscoli e ginocchia stressati ma non distrutti (a dire il vero Lauretta qualche problemino al ginocchio l'ha avvertito). Nuovi progetti per il futuro: fin troppi!
E che dire... ci avrà forse aiutato il desiderio espresso la sera prima alla stella cadente?

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