Il Castore: una piramide di roccia e ghiaccio slanciata a 4221 metri nel
cielo del Monte Rosa. Un traguardo interessante, bellissimo, anche se a dire
il vero tutt'altro che impossibile. È infatti una cima superclassica
del Rosa, considerata in genere uno dei tre 4000 più facili insieme
alla Piramide Vincent e al Breithorn occidentale, e spesso è utilizzata
come primo 4000 (e così vorrei che fosse anche per me). La "normale"
viene considerata la salita dalla cresta sud-ovest, dal Colle del Felik, con
appoggio al Quintino Sella. Un'altra via è sul versante ovest, dal
Guide d'Ayas. La sua traversata è inoltre il punto più elevato
e spettacolare del Trofeo Mezzalama, famosa gara scialpinistica.2 settembre, sabato.
Domani si parte. Non abbiamo ancora orari precisi, però abbiamo comunque
tutta la giornata per arrivare al solo rifugio. La strada ormai la conosciamo,
sappiamo come arrivarci. Dovrebbe teoricamente partecipare anche un collega
di Massi con un'amica, ma solo fino al Sella, scenderanno in giornata.
Bisogna anche prenotare il fuoristrada fino al Bettaforca (si può
fare da St.-Jacques a piedi ma è uno spreco di energie in vista della
salita e soprattutto della discesa del giorno dopo); è da questo che
dipenderanno i nostri orari. Ipotizziamo un massimo di 4 ore di cammino fino
al rifugio, bene o male quanto ci abbiamo messo la prima volta. Ce la potremmo
anche fare in meno, ma comunque non abbiamo alcuna fretta. Ne approfitterò
per scattare un bel po' di foto, sperando in un bel cielo sereno.
Cercheremo di ridurre al minimo il peso dello zaino, ma l'attrezzatura indispensabile
è comunque pesante. Un bel po' di ferraglia, ramponi, piccozza (che
non ho ancora comprato e dovrò farmi prestare), moschettoni e un chiodo
da ghiaccio a testa (non dovrebbe essercene bisogno, ma non si sa mai...).
Poi tutto l'abbigliamento pesante da alta montagna che abbiamo, e inoltre
corda, imbrago, cordini e ghette. Aggiungiamo il necessario per il rifugio,
sacco letto, lampada frontale, tessera del CAI, una sola macchina fotografica,
che sarà la mia EOS 350D ma con la sola ottica standard e tre o quattro
schede di memoria. Alla fine saranno 10 chili a testa; possiamo alternarci
a trasportare la corda, che pesa un paio di chili. Speriamo di poter lasciare
al rifugio qualcosa di non indispensabile, e poi ripassare a prenderlo al
ritorno.
Altri miei dubbi riguardano il pernottamento al rifugio... notoriamente nei
rifugi io dormo male, vuoi per la quota, perchè qualcuno che russa
inevitabilmente c'è, o per la tensione per il giorno dopo, e forse
perchè il sacco letto non è proprio comodissimo. Ipotizzo di
farmi una camomilla prima di andare a dormire... chissà che aiuti...
Nel pomeriggio definiremo gli ultimi dettagli (tipo quanti saremo di preciso,
orario di partenza ecc. ecc.), poi domani mattina si va. Speriamo in bene,
ce la metteremo tutta, e siamo pronti a rinunciare e tornare indietro qualora
le cose non andassero come previsto. Mi dispiace solo per Marco, so che gli
sarebbe piaciuto venire. Beh, penso che non sia impossibile ripetere comunque
la cosa l'anno prossimo...
Sera. Zaino pronto.
Alla fine saremo solo io e Massi anche domani, il suo collega ha dato forfait.
Non riesco a togliermi quel po'
di tensione che ho accumulato con la preparazione minuziosa della spedizione.
Normale, è un po' come prima di un esame, di una gara e cose simili,
come quando si sta per affrontare uno scalino, per di più uno scalino
atteso da tempo. Ma mi conosco, sono sempre così prima di queste cose...
poi appena tirerò giù lo zaino dal fuoristrada al Bettaforca
il gusto dell'avventura cancellerà tutto il resto.
Sveglia alle 6.40, partenza alle 7.10. Appuntamento a St.-Jacques alle 9,
quindi presumibilmente saremo in cammino intorno alle 9.30. Abbiamo tutto
il tempo che vogliamo per arrivare al Quintino Sella, risparmieremo le forze.
Mi lascia un po' sconvolto il mio zaino... c'è stato dentro tutto,
dai ramponi al berretto (con le orecchie... non si sa mai che temperatura
si può incontrare, anche se per lunedì lo 0 è previsto
a 4600...), e nonostante non sia pesantissimo (picca esclusa) è davvero
voluminoso. Certo, si ridurrà non appena mi metterò addosso
qualcosa.
Ho eliminato tutto ciò che ho giudicato superfluo (e non era molto).
L'unico "di più" che mi concedo è il mio lettore MP3. Irrilevante
come peso e come dimensioni, potrebbe venirmi utile nel caso non riuscissi
a dormire! La musica distende i nervi...











3 settembre, domenica.
Alle 7.10 Massi passa a prendermi
e partiamo. Arriviamo come da programma all'appuntamento alle 9 a St.-Jacques,
e alle 9.45 esatte iniziamo il nostro cammino verso il Quintino Sella. La
giornata è così così, un po' peggio di quanto previsto. Monte Rosa interamento
coperto da nubi con base intorno ai 3800, a volte anche meno. Ce la prendiamo
comoda per questa parte del "viaggio", è solo una marcia di avvicinamento
al rifugio che fungerà da "campo base". Sembra passata un'eternità da quando
ci siamo stati la prima volta, dopo un'organizzazione minuziosa della spedizione,
con valutazione dei pericoli e delle difficoltà, e sembrano ancora più lontani
i tempi di quando guardavamo questo rifugio in cartolina con ammirazione.
Superato il Bettolina Superiore riusciamo ad avvistare un gruppetto di tre
femmine di stambecco. Ci appostiamo dietro una roccia per fotografarle, poi
ci rendiamo conto che non sono spaventate per niente dalla presenza dei tanti
passanti, e riusciamo ad avvicinarci fino a pochi metri di distanza. Si mettono
in posa per essere fotografate davanti alle montagna (foto 1), viene spontaneo chiedersi se siano stipendiate dalla regione per far contenti i turisti...
Incrociamo numerosi gruppi che scendono, e chiediamo informazioni a proposito
delle condizioni del Castore. Sono parecchi ad aver provato quella stessa
mattina, ma quasi tutti sono tornati indietro a causa della visibilità
nulla e del vento forte. Parlano però di ottime condizioni del ghiacciaio,
e la cosa ci fa molto piacere.
Dopo averla già fatta una volta, la salita al Sella è abbastanza
noiosa, con l'interminabile pietraia che porta fino a 3500 metri di quota,
seguita però dalla cresta rocciosa famosa anche a causa di alcuni
gravissimi incidenti, anche molto recenti. Devo però riconoscere che
il canapone che la percorre e funge da corrimano, a cui la prima volta ero
rimasto attaccato come una cozza, non è così indispensabile,
e mi trovo a camminare sul sottilissimo passaggio aereo quasi senza nemmeno
toccarla, e addirittura superare i diversi salti verticali in libera. L'esperienza
insegna che ciò che la prima volta fa paura un giorno sarà
pane di tutti i giorni... così come lo stesso Quintino Sella da mèta
dell'estate 2004 è diventato punto di partenza.
All'arrivo, la prima cosa che facciamo è mangiare; scartato il bieco
panino portato da casa optiamo per una bella polenta calda.
Il rifugio ha la bellezza di 180 posti letto, parte in camerette e parte
in un grande camerone. A differenza di quanto successo al Guide d'Ayas l'anno
scorso, questa volta dormiremo in una camera e non nel camerone. le camerette
sono unite a coppie, con una porta ogni due; quelle sul nostro lato del rifugio
hanno 10 posti letto, 4 nel livello più basso, 4 in quello intermedio
e 2 nel superiore. Non sappiamo se saremo soli o se si presenteranno le altre
18 persone che quella coppia di camere può contenere; nel dubbio prepariamo
i letti più lontani dalla porta e vicino alla finestra.
Massi ha sonno, decide di fare un pisolino pomeridiano, mentre io esco a
scattare un po' di foto del panorama - sempre bellissimo, anche se il cielo
non è un gran chè, - e del rifugio (foto 2).
Nel frattempo il tempo sembra un po' migliorare, il vento spazza via parte
delle nuvole, dopo le 17 appaiono la Piramide Vincent, il Balmenhorn, parte
dei Lyskamm e dei Breithorn, insomma, quasi tutto il Rosa tranne il Castore.
Massi dorme per buona parte del pomeriggio, e quando si sveglia non sta benissimo.
Non è la prima volta che soffre la quota, ha mal di testa (come me,
del resto) e un po' di nausea. Non sono bei segni, sono alcuni dei sintomi
del famigerato mal di montagna, comunque intorno alle 18.30 usciamo dal rifugio
per preparare la corda per il giorno successivo.
La cena è intorno alle 19; io mangio tutto senza problemi, Massi anche,
ma continua a non star bene. Nel frattempo nessun altro è venuto ad
occupare gli altri letti della nostra stanza, quindi saremo più tranquilli
e meno "compressi". Del resto è settembre, è la notte tra una
domenica e un lunedì, e il rifugio è semivuoto.
Non tardiamo ad andare a dormire - dopo esserci divisi un'aspirina che non
avrà un grande effetto -, perchè la sveglia è alle 5.15
del mattino, la colazione alle 5.30, e dopo la partenza. È il caso
di riposare per bene (ma so già che avrò problemi sia ad addormentarmi,
e in questo caso verrà utile il lettore MP3, che a dormire dopo).
4 settembre, lunedì.
E infatti come previsto dormirò poco, un po' per la mia sensibilità
al letto non mio (e il sacco lenzuolo non aiuta), un po' per il vento forte
che intorno alle 4 inizia a colpire con violenza le lamiere della parete
ovest del rifugio intorno alla nostra finestra, un po' per il mal di testa
- che fortunatamente va calando. La pila del lettore MP3 durerà meno
dell'insonnia, e a parte brevi intervalli in cui riesco a dormire passo la
notte a guardare il buio e a contare le ore che passano, esattamente come
temevo. Verso le tre si cominciano a sentire i primi che escono dalle stanze
a fianco (parlano francese) per partire, probabilmente per la lunga traversata
dei Lyskamm.
Alle 5.15 le due sveglie puntate suonano. Massi però sta ancora peggio.
Ancora mal di testa, ma soprattutto nausea. Io mi alzo e mi vesto velocemente
- ancora convinto di partire subito dopo colazione, e tra l'altro finalmente
libero dal mal di testa -, lui è molto più lento.
Il sole non è ancora sorto; il cielo è un incredibile tappeto
di stelle, un vero spettacolo proibito alla gente di pianura. Non appena
a est il cielo inizia a farsi rosa mi precipito fuori armato di macchina
fotografica. La situazione è incredibile, meglio di quanto possa mai
aver osato di sperare. La visibilità è illimitata, il cielo
è cristallino e perfettamente sereno in ogni direzione, anche la Pianura
Padana è un tappeto di luci. C'è una grande città illuminata,
dalla posizione non può che essere Milano (foto 3). Ma la cosa
più incredibile è la temperatura: non fa assolutamente freddo,
non c'è più un filo di vento, si può stare tranquillamente
fuori dal rifugio - e siamo a 3585 metri di quota, è bene ricordarlo.
Intorno a noi diverse cordate si stanno preparando per partire. Qualcuno
sicuramente verso il Castore, altri magari scenderanno in Svizzera. Beati
loro, penso: qui le cose vanno abbastanza male per Massi. Le sue condizioni
non sono migliorate durante la notte. Salta la colazione, e mi vedo costretto
a informare il gestore del rifugio che probabilmente la nostra meta dichiarata
il giorno prima (il Castore, ovviamente) salterà, e saremo costretti
a scendere.
Dopo la (mia) colazione Massi dice che andrà a dormire ancora dieci
minuti, sperando in un miglioramento. In realtà dormirà più
di mezz'ora, che io passerò affacciato alla finestra della stanza
a fianco a guardare altre cordate partire verso il nostro Castore perduto,
che inizia a stagliarsi contro il cielo che si imbianca (foto 4).
Le previsioni del tempo avevano ragione. E andarsene da qui appena sarà
possibile affrontare la cresta per scendere sarà pesante.
In ogni caso, il rischio è grosso. Non è un gioco, il mal di
montagna può uccidere, e il miglior rimedio è scendere velocemente
a quote inferiori.
Mestamente ritiro cordini, moschettoni e imbrago, ripiego giacca e pantaloni
antivento. Nel frattempo Massi si sveglia, e dice che va un po' meglio. Propone
di incamminarci.
Gli rispondo che va bene, che ho già ritirato tutto e sono pronto
per partire, basta avvolgere meglio la corda e raccogliere le picche che
abbiamo lasciato giù e possiamo andarcene.
"No, intendevo verso l'alto" risponde. Ah... ci proviamo? Sta meglio? Sì,
sembra di sì. Proviamo a raggiungere almeno il Colle del Felik, dice.
Per me sarebbe già superare per la prima volta i 4000... Bene, allora
si parte. Sono le 7.26 quando ci mettiamo in marcia (foto 5) mentre
i primi raggi di sole raggiungono il ghiacciaio del Felik, non siamo nemmeno
riusciti a pagare il rifugio perchè i gestori stanno mangiando, spero
che non ci prendano per ladri non vedendoci più!
Sono quasi i miei primi passi su un ghiacciaio vero, se escludiamo la facilissima
traversata di una lingua del Grande Ghiacciaio di Verra per salire al Guide
d'Ayas l'anno scorso, ma non ci vedo niente di particolarmente difficile.
Il primo tratto è quasi in piano, e supera con pendenza molto dolce
i primi 200 metri di dislivello.
Massi è il primo di cordata, è piuttosto lento nel procedere
ma viste le sue condizioni va bene così. Ogni tanto ci fermiamo e
ne approfitto per scattare un po' di foto dello scenario fantastico in cui
ci troviamo immersi.
A nord-ovest del rifugio, nei pressi della parete est della Punta Perazzi, c'è una zona con diversi crepacci (foto 6),
ma fortunatamente le nevicate delle settimane precedenti hanno formato solidi
ponti, e la traccia li supera senza problemi. In ogni caso non indugiamo
troppo quando ci rendiamo conto di essere sul vuoto!
Sono ormai passate le 9 quando arriviamo alla base del versante sud del piccolo
rilievo a est del Colle Felik, dove inizia il (breve) tratto che con due
tornanti a cavallo dei 4000 porta in cresta. Qui rallentiamo un po' per la
pendenza, ma procediamo senza troppi problemi nonostante l'inclinazione (circa
40°) della parete che stiamo risalendo. Con una colorita espressione
Massi sottolinea il suo arrivo in cresta. "Com'è, fa paura?" gli chiedo,
immaginando uno strapiombo verticale dall'altra parte, con vista vertiginosa
sui maestosi seracchi del Ghiacciaio del Lys. "No, però sul subito
fa impressione" risponde. In effetti il primo impatto è notevole (del
resto io non ho mai visto di persona un posto del genere), ma subito dopo
la cresta si fa meno affilata, e bisogna anche riconoscere che la traccia
è larga e c'è spazio più che abbondante per entrambi
i piedi (foto 7).
A dire
il vero io sono più preoccupato dal Colle Felik; da sotto si vede
solo una cornice di neve che domina una parete di ghiaccio quasi verticale,
e non ho idea di cosa ci sia dietro. Lo ammetto, non mi sono informato prima...
in ogni caso la mia preoccupazione è infondata: appena finita la crestina
apprendo con piacere che dietro la cornice c'è un dolcissima conca
ghiacciata quasi in piano (foto 8), sufficientemente grande da contenere un campo da calcio. Da qui inizia anche la traccia che porta al Lyskamm.
Scendiamo
al colle e risaliamo finalmente sulla cresta sud-est del Castore. Prima della
vetta ci aspettano la Punta Felik, l'anticima e tre creste; la distanza che ci separa dalla
mèta non è enorme, è difficile rendersene conto ma avendo come
riferimento le persone che compongono le cordate che scendono si capisce
che non siamo lontani. Mi rendo anche conto di non avere alcun problema di
respirazione; probabilmente procediamo a una velocità talmente lontana
dal mio massimo che non sento la differenza. Quello che toglie il fiato invece
è il panorama sul versante svizzero, che va apparendo man mano che
ci si allontana dal Colle Felik. Ammetto l'ignoranza, non conosco affatto
i nomi di molte delle cime che vedo, ma lo scenario di cime e ghiacciai che si stendono
davanti a noi è di una bellezza disarmante (foto 10) . Non lo so descrivere.
Ci hanno spesso parlato male di questa cresta, avevamo sentito che è
affilata è pericolosa, che non c'è posto per appoggiare i piedi
e cose simili. Certo, siamo sul ghiaccio, e le condizioni cambiano continuamente.
Però evidentemente siamo fortunati, la traccia è evidentissima
e larga, e il posto per gli scarponi c'è in abbondanza. Gli unici
problemi sorgono quando dobbiamo incrociare altre cordate, e siamo costretti
a farci un po' di lato.
In ogni caso procediamo tranquillamente, non abbiamo una grande fretta e
nessuno ci insegue. Si è alzato il vento, però. Inizia a dare
parecchio fastidio, bisogna fare attenzione a non farsi destabilizzare.
Alle 11 siamo finalmente in cima al Castore. Non c'è un grande spazio
per fermarsi, e il vento è piuttosto forte. Visto che è sempre
meglio eccedere in prudenza, Massi pianta un chiodo da ghiaccio nei pressi
della cima e ci assicura la corda che ci lega, dandoci una maggior sensazione
di sicurezza, che ci permette di fermarci e fare un bel po' di foto senza
problemi. Diverse altre cordate arrivano dal versante ovest. Nessun italiano,
come del resto ce n'erano pochini al Quintino Sella. Molti parlano tedesco,
potrebbero essere svizzeri; altri sono inglesi, uno addirittura un finlandese.
Facciamo scambio di foto con un'altra cordata (anglofona); io fotografo loro,
uno di loro scatta la foto ufficiale della nostra conquista del Castore (foto 11).
Per Massi è il terzo 4000, dopo il Breithorn occidentale e la Punta
Gnifetti, ma è comunque un traguardo interessantissimo. Per me è
invece un giro di boa: il primo 4000 in assoluto, la prima vera uscita alpinistica
su ghiacciaio. E, tutto sommato, devo ammettere che è stato abbastanza
facile, più del previsto, e nemmeno faticoso. Evidentemente due anni
di allenamento e preparazione a qualcosa sono serviti!
Ben presto viene il momento di scendere. Il ritorno non sarà più
difficile della salita; sarà ovviamente più veloce, e il Castore
mi sembrerà ancora più piccolo.
Prima di lasciare il confine svizzero mi concedo la salita di pochissimi
metri sul panettone nevoso a est del Colle, e poi iniziamo la ripida discesa di circa
200 metri fino al grande falso piano del ghiacciaio di Felik.
Una volta scesi al di sotto della cresta ci rendiamo subito conto di una
cosa inaspettata: fa un gran caldo. Arrivati alla base dei tornantini ci
fermiamo a toglierci parte dell'abbigliamento pesante che abbiamo addosso.
Lo strato superficiale del ghiacciaio è tutt'altro che solido, sembra
una granita più che un ghiacciaio. Il pensiero va ai ponti sui crepacci
che dovremo attraversare di lì a poco: in che condizioni saranno?
Li raggiungiamo piuttosto velocemente, e li superiamo con attenzione uno
ad uno: Massi davanti, io dietro con corda tesa e pronto a piantare la picca
in caso di cedimento. Non ce ne sarà bisogno, comunque, evidentemente
sotto la neve molle il ghiaccio è ancora solido.
Mi tolgo i guanti per l'ultimo caldissimo tratto, già in dirittura
d'arrivo alle spalle del rifugio, e li tengo in mano per non dovermi fermare
e togliere lo zaino. Dopo un po' mi rendo conto di averne perso uno. Accipicchia,
sono quasi nuovi... mi giro e fortunatamente lo vedo là, sulla traccia,
poche decine di metri indietro. Bene, torniamo a prenderlo. Così sperimento
anche l'emozione di fare il primo di cordata!
Le ultime centinaia di metri di percorso sono costellate di pozzanghere;
il ghiacciaio è davvero ridotto male in questo meraviglioso giorno
di fine estate. I ramponi fanno pochissima presa, è come non averli.
E una volta arrivato al rifugio, posata l'attrezzatura, mi accingo a togliermeli
quando mi accorgo che... ne ho perso uno! Ma come è stato possibile?
Come ho fatto a non accorgermene? E soprattutto dove, quando? Sicuramente
nell'ultimo tratto. Ehi, i ramponi costano... e allora indietro, questa
volta solo e anche senza il rampone residuo (comunque è un tratto
che non presenta alcun pericolo). Niente, non lo trovo. In lontananza vedo
scendere saltellando un ragazzo che poco prima avevamo incrociato, stava
andando - senza attrezzatura e da solo - a vedere il panorama da poco più
su del rifugio. Continuo a seguire la traccia, finchè non mi sembra
che abbia qualcosa in mano. Si avvicina... eh sì, si direbbe proprio
il mio rampone sinistro! Mille ringraziamenti più che meritati...
L'ha trovato voltato in direzione della salita, per cui non posso averlo
perso se non nel momento in cui sono tornato indietro per raccogliere un
guanto che mi era caduto. Come alpinista... perdo davvero i pezzi.
Va beh, ce ne torniamo ognuno dai propri compagni. Prima di ricominciare
a scendere ci possiamo concedere un piccolo momento di relax, toglierci parte
dell'abbigliamento da alta montagna, mangiare qualcosa e soprattutto pagare
il rifugio.
Fa davvero caldo. Inaspettato in settembre a questa quota.
Più tardi riprendiamo la via verso casa. La discesa fino al Bettaforca
ci prenderà un paio d'ore di marcia; peccato solo che non siamo riusciti
a combinare un appuntamento con il taxi fuoristrada e ci tocchi scarpinare
ancora fino a St.-Jacques, farci tutto il lungo Vallone della Forca e poi
scendere da Resy... un calvario!
Durante la discesa possiamo praticamente dire di aver incontrato più
stambecchi che persone. La cosa sarebbe anche positiva, non fosse che ben
prima di Resy ginocchia, muscoli e piedi cominciano a dare vistosi segni
di cedimento. Ma ce la faremo, seppur doloranti, portandoci a casa anche
il nuovo record di dislivello in discesa: la bellezza di 2535 metri. E non
credo proprio che miglioreremo il primato molto presto...
La giornata comunque si conclude come tante altre, con il ritorno a casa
al tramonto, ma questa volta ci rimane ancora un piccolo compito: renderci
conto che finalmente ce l'abbiamo fatta, che la sfida è stata raccolta
e vinta. E sentirla finalmente un po' anche nostra, quella piramide di roccia
e ghiaccio che abbiamo sempre guardato dal basso...
5 settembre, martedì.
Si ritorna alla vita di ogni giorno. I postumi della sfacchinata sono limitati,
e tutti dovuti più che altro alla lunghezza della discesa: gambe affaticate, piedi doloranti... ma niente di eccezionale.
E personalmente devo dire che... l'idea di tornare sul Castore, magari l'anno prossimo, non mi dispiace affatto!
Hanno partecipato alla spedizione sul Castore del 3-4 settembre 2006:
Descrizione del percorso: Itinerario alpinistico 3.