Rifugio e fuoristrada prenotati da tempo, allenamento tutto sommato accettabile,
attrezzatura sovrabbondante, percorso studiato a memoria e compagnia pronta
a tutto: alla fine l'unico a non essere mai salito al rifugio Guide d'AYas,
sulle rocce di Lambronecca, di poco più basso del Quintino Sella dell'anno
scorso sono io. Ma sono guidato da Massi, reduce da un corso di alpinismo
del CAI (di cui io ho seguito le lezioni teoriche ma non le pratiche per motivi
di lavoro) e dalla salita sul Breithorn Occidentale, suo primo 4000, e da
Marco, webmaster del noto sito www.varasc.it, con cui abbiamo già macinato
diversi sentieri dall'inizio della stagione buona (praticamente da marzo).
Anche lui c'è già stato. Niente a che vedere con l'avventura
del Quintino Sella dell'anno scorso, quella sì che ci ha visti impreparati
e in parte impauriti... e soprattutto dediti a particolari esercizi di improvvisazione
pseudoalpinistica.
Allora, dicevo: tutto prenotato per oggi, ma negli ultimi giorni le indispensabili
previsioni meteo si fanno sempre peggiori. "Per me si può andare" diceva
Massi fino a pochi giorni fa, ma con la prospettiva di trovare un calo termico
di 10°C, neve dai 2900 metri (cioè sotto al Mezzalama), temporali
e grandine nel pomeriggio dell'1 ci rassegnamo a disdire tutto. Anzi, a rimandare,
perchè da questa sera le cose dovrebbero andare migliorando. Lasceremo
passare anche il 3, e il 4 sarà il giorno della partenza. Rifugio
ri-prenotato e maggiori possibilità di riuscire.
Le previsioni l'avevano azzeccata: in questo momento, ore 14.04, mentre
aspetto Marco per finire una splendida partita in multiplayer ad Age of Empires
(attività poco alpinistica), piove, tuona e le nuvole sono talmente
basse che da casa a Champoluc non vedo il Crest. Ridicolo pensare che a quest'ora
avremmo dovuto essere già lassù... interi?
La partita ad Age of Empires si è risolta con una sconfitta devastante,
ma dopo questa intorno alle 18.40 siamo riusciti a prenotare il fuoristrada
per giovedì mattina. Partenza alle 8 da St.-Jacques.
Intanto il tempo sembra lievemente migliorare: piove ancora, ovviamente,
ma il vento è cambiato come previsto e la base delle nuvole si è
alzata. Purtroppo però lassù ha nevicato, e spero che la cosa
non ci crei difficoltà.
Uno deglio scopi sarebbe, infatti, riuscire ad andare oltre il rifugio. Venerdì
mattina potrebbe essere il momento della mia prima cordata, più che
altro come prova e prima uscita, ma se le cose andassero tutte - e dico proprio
tutte - per il verso giusto ci piacerebbe andare verso il bivacco Rossi e
Volante, che si trova su uno sperone roccioso alla base del Roccia Nera,
oppure più probabilmente fino alla base della parete ovest del Polluce.
Meno probabile il Colle di Verra, che non è un gran chè battuto,
ma adesso l'incognita maggiore è rappresentata dalla neve fresca,
che può cancellare le tracce sul ghiacciaio e oltre tutto coprire
i crepacci, e in questo caso la nostra escursione oltre il rifugio sarebbe
molto breve (o in alternativa molto pericolosa, e la cosa non mi esalta).
Non ci rimane che valutare la giornata di domani e soprattutto le condizioni
di innevamento residuo al momento di partire, nonchè ovviamente chiedere
maggiori informazioni al rifugio e - perchè no - accodarci a qualche
altra cordata.
Nel frattempo ho ripassato un po' di nodi, almeno quelli che serviranno a
me come secondo (barcaiolo e Prusik), e inizia l'inventario per la preparazione
dello zaino: ramponi, cordini, moschettoni, ghette, guanti, pranzo per due
giorni da preparare (la cena sarà in rifugio), sacco letto, torcia.
Rimane da aggiungere la piccozza che io non ho ancora, ma che mi sarà
prestata da Marco che ne ha una in più e sembra della mia misura.
Il rientro è previsto con calma nel pomeriggio di venerdì,
con tappa al Mezzalama. Nessuno ci corre dietro, meteo permettendo, e non
è il caso di sforzare le ginocchia in discesa.
3 agosto - il giorno prima della partenza.
Sveglia col sole, finalmente. In realtà le montagne sono ancora sotto
le nuvole, ma il tempo va migliorando, anche se la zona del rifugio non si
vede. Lentamente la base delle nuvole va alzandosi, e verso le tre del pomeriggio,
mentre mi trovo al sole all'Alpe Mezzan con Marco durante un giro per sciogliere
i muscoli, nonchè comprare del formaggio d'alpeggio, riemerge anche
il Testa Grigia imbiancato. A occhio stimiamo l'altezza della base della
neve intorno ai 2900 metri, esattamente come previsto. Non ci conforta affatto
sapere che avrà ancora un po' di tempo per sciogliersi prima che noi
arriviamo a quella quota, in fondo a 2900 metri non saremo ancora nemmeno
al Mezzalama. La cosa potrebbe darci dei problemi, o almeno rallentarci,
soprattutto quando arriveremo a vedere la nostra meta sopra le nostre teste,
e ci mancherà l'ultimo ripido tratto su rocce malferme. Secondo la
tabella di marcia dovrebbero essere circa le 11 o poco dopo, e saremo a quota
3200 metri con già 900 nelle gambe e la pancia vuota, sempre che non
decidiamo in cammino di mangiare al Mezzalama.
In effetti non riusciamo a stimare quanta neve ci possa essere; sembra comunque
qualcosa in più di una spruzzatina. Valuteremo strada facendo; magari
si scioglierà nel frattempo.
Intanto parliamo con Massi, che arriverà a casa mia a Champoluc verso
le 7.30. Caricheremo Marco davanti a casa sua e poi ci porteremo a St.-Jacques
per l'appuntamento con il fuoristrada, fissato per le 8, ora a cui faremo
coincidere l'inizio di questa nuova piccola avventura (almeno per me che
non ci sono mai andato).
Il miglioramento del tempo durante il pomeriggio è accompagnato da
chiaro vento di föhn. Infatti c'è un residuo di stau del versante
svizzero del Rosa che si evidenzia sotto forma di strato nuvoloso poco compatto
che rimane aggrappato dal Breithorn al Polluce. Alla fine del pomeriggio
esce finalmente il Castore, segno che le cose si stanno forse stabilizzando.
Torno a casa a preparare lo zaino, e una volta riempito è pesantissimo,
ma non c'è niente da fare, tutto quello che ci ho messo mi servirà,
o ci sono serie possibilità che mi serva. Non posso eliminare nè
i ramponi, nè le ghette, o il sacco letto, nè ovviamente tutto
l'abbigliamento tecnico da montagna che mi servirà a proteggermi dal
freddo dell'alba di venerdì, quando - spero - usciremo per la nostra
passeggiata sul ghiacciaio, tracce e crepacci permettendo. E soprattutto
la macchina fotografica; lascerò a Massi il compito di scattare foto
digitali di ogni centimetro quadrato di panorama come al solito per dedicarmi
alla ricerca di qualche scatto più spettacolare con la reflex, sperando
magari in un bel tramonto o in un'alba limpidissima.
Vagamente programmata anche la discesa; Marco conterebbe di essere di ritorno
al rifugio dopo il giro mattutino intorno alle 10 (ipotizzando la sveglia
alle 5), per poi scendere al Mezzalama e pranzare lì; il resto della
discesa potrebbe avvenire con calma a piedi fino a St.-Jacques. Ho deciso
di sopportare per questi due giorni il peso in più di un paio di semplici
scarpe da ginnastica nello zaino, che seppur ingombranti mi dovrebbero permettere
di evitare diversi chilometri di marcia su comoda sterrata con gli scarponi
rigidi, allo scopo di mantenere il più possibile efficienti i miei
piedi che a quel punto saranno come minimo ben provati.
Paure? Controllate, e limitate ad alcuni aspetti per loro natura quasi imprevedibili:
meteo, che potrebbe riservarci ancora quella copertura sui ghiacciai. Mal
di montagna, che potrebbe colpire qualcuno di noi e costringerci a scendere
appena possibile. Condizioni delle mie ginocchia, che a volte decidono di
far male senza che sia mai riuscito a capire come prevedere quando e perchè.
E questa è la situazione a 10 ore dalla partenza. Il prossimo aggiornamento... dopo il ritorno.
4 agosto - giorno 1.
Dal momento che mi sono ben guardato dal portare il computer lassù
mi sembra evidente che sono tornato più o meno intero. L'esperienza
è stata interessante, stimolante e dal mio punto di vista ha aggiunto
qualcosa al mio modo di vedere il mio rapporto futuro con l'alpinismo, anche
se non tutto è andato per il verso giusto. Ma visto che non mi piace
ridurre tutto a due frasi, partiamo dall'inizio.
Ore 7: persiane aperte e sole così splendente che non è ovviamente
ancora sorto da dietro il Crest. Allora si va; Massi puntuale alle 7.30,
Marco naturalmente addirittura in anticipo e via.
Ore 7.59: fermata del bus di St.-Jacques. Il bus non c'entra niente ma lì
abbiamo appoggiato i nostri pesantissimi zaini; Massi ha portato tutta l'attrezzatura
che ha compresi i chiodi da ghiaccio e tutti i cordini possibili e immaginabili
nel caso qualcuno di noi, per esempio lui che dovrà essere il primo
di cordata, finisca malauguratamente per cadere in un crepaccio.
Tutta la neve che è caduta due giorni prima non può che farci
ipotizzare qualche difficoltà, come appunto tracce cancellate, crepacci
nascosti, salita al rifugio ostacolata ecc. ecc., ma comunque andiamo lo
stesso.
Intorno lle 8.30 siamo al Pian di Verra Superiore. L'aria è limpida,
non c'è una nuvola, ma su tutte le cime visibili sbufi di neve farinosa
lasciano intuire che il vento in quota sia davvero forte. La cosa non ci
preoccupa più di tanto perchè la nostra meta non è una
cima.
Ci incamminiamo dunque verso il Mezzalama, che sarà la nostra prima
tappa. La salita verso la cresta della morena non è mai proprio priva
di sudore, ma appena arrivati in cima si apre davanti a noi il grandioso
spettacolo dei ghiacciai che si protendono verso la valle, e il bianco della
neve fresca sui Breithorn, sul Roccia Nera, sul Polluce e sul Castore riflette
la luce abbagliante del sole.
Non è la prima volta che passiamo di lì e non ci stupiamo,
piuttosto quello che ci lascia senza respiro è il vento che scende
dalle succitate cime, tutte oltre i 4000 e si sente. L'aria è gelida,
sembra inverno, ma il sole ci illumina già e, sballottati a destra
e a sinistra sul sentiero largo due spanne, proseguiamo senza esitazioni.
Non sarà certo un po' d'aria a fermarci!
A dire il vero, quando arriviamo ai 3036 del Mezzalama due cioccolate bollenti
non ce le toglie nessuno. Sorseggiandole mentre il vento fischia alle finestre,
discutiamo sul racconto di alcuni alpinisti che abbiamo incrociato mentre
scendevano, dopo aver cercato di salire su qualche vetta ed essere tornati
indietro, fermati dal vento. Non ci stupiamo, pensando alle bufere che si
vedevano già da casa.
Finita la merendina ci riincamminiamo. Più si sale e più il
vento rinforza; in pochi minuti siamo finalmente sul bordo del Grande Ghiacciaio
di Verra, che dovremo attraversare. Subito prima Massi mi chiede se posso
fargli una foto in una finta arrampicata su una paretina, e naturalmente
lo accontento. Qualche impressione che non tutto stia andando bene ce l'ho
quando, dopo pochissimo tempo passato fuori dalle comode e calde tasche della
giacca da montagna comprata per l'occasione, le mie mani sono talmente fredde
che tirar fuori i ramponi dalla custodia e infilarli diventa un'impresa piuttosto
complessa. E allora eccomi lì: dopo aver disprezzato, aspettato, temuto
e atteso questo momento, ci sono: non avevo mai mai messo un paio di ramponi
in vita mia nè tantomeno impugnato una piccozza per lo scopo per cui
è stata costruita.
In quel punto il ghiacciaio è elementare da attraversare; la traccia
è chiara, il ghiaccio è ricoperto da due dita di neve fresca,
sappiamo che di crepacci non ce n'è nemmeno l'ombra, e il pendio da
superare è praticamente nullo. Ci metto quattro passi a familiarizzare
con i ramponi, che subito mi esaltano per la facilità e velocità
con cui permettono di procedere su un terreno - il ghiaccio - altrimenti
infido, su cui ogni passo andrebbe misurato con estrema attenzione, e con
il rischio di scivolare sempre in agguato. La piccozza in questo caso non
serve a niente perchè siamo in orizzontale e in completa sicurezza,
ma Massi giustamente mi insegna il modo corretto di impugnarla e usarla.
Arrivato a metà ghiacciaio posso cominciare a preoccuparmi d'altro.
Sulla nostra testa svetta finalmente il rifugio Guide di Ayas, nostra meta
per questa uscita, ma una salita ripidissima su pietraia ci separa dai 3420
metri che dovremo raggiungere. Sappiamo che Marco ha avuto una brutta esperienza
in questo punto, con una rovinosa caduta che non ricorda con molto piacere.
A questo va aggiunto che la pietraia in questione, che già normalmente
è formata da sassi tutt'altro che stabili al loro posto, è
in parte coperta di neve fresca. La traccia, ammesso che ci sia, è
nascosta, e praticamente siamo costretti a salire come e dove riusciamo.
L'unica nota positiva è che siamo riparati dal vento, e la temperatura
è addirittura gradevole (per essere a più di 3200 metri, si
intende).
Non abbiamo molte alternative; teniamo i ramponi e iniziamo la salita utilizzando
la piccozza come si deve per mantenere l'equilibrio e la stabilità.
Le punte d'acciaio dei ramponi stridono sulle rocce, mi dispiace un po' per
i miei che sono nuovi di pacca e alla loro prima uscita, ma in compenso mi
danno una presa e una stabilità che non mi sarei aspettato anche sul
terreno bagnato.
La rampa si fa sempre più ripida e il rifugio sembra non arrivare
mai; siamo costretti a cercare passo dopo passo l'unico punto buono per salire (foto a sinistra),
e finiamo più volte fuori dal tracciato normale, costringendoci poi
a traversate in orizzontale per trovare il pezzo buono successivo.
Vediamo alcuni attraversare il ghiacciaio ormai lontano sotto di noi, ma
di fronte alla salita tornano indietro. Solo due persone scendono dal rifugio,
facendoci capire di quanto eravamo fuori strada.
Nell'ultimo tratto di salita stiamo per farci tentare dallo splendido manto
nevoso di un canalino, quando una scarica di ghiaccio dalla parete sovrastante
ce lo sconsiglia apertamente.
Marco è più avanti rispetto a noi, e lo sentiamo gridare "Mi
si è rotto in due un rampone!". Lo vediamo comunque proseguire e arrivare
alla meta con quello rimasto, ma non mi esalta pensare che sono della stessa
marca dei miei e che condividono la stessa struttura di base (sono diversi
solo negli attacchi).
Toccare finalmente il canapone che porta a una piccola serie di passerelle
di legno subito sotto al rifugio è allo stesso tempo un sollievo e
una conquista, rovinata però dal vento che ricomincia a colpirmi.
Ci portiamo davanti al lato sottovento del rifugio, e così protetti
ci decidiamo a consumare finalmente il nostro pranzo. Sono le tre del pomeriggio,
la salita ci ha portato via un tempo smisurato.
Tralasciamo i dettagli sulla sparizione del mio sacchetto contenente un tubo
di biscotti ancora nuovo, una tavoletta di cioccolato nuova e una iniziata,
due formaggini che dovevano servirmi per il pranzo del giorno dopo insieme
ad altre 4 fette di pane e un bicchiere da campeggio di alluminio che non
si riesce più a trovare, avvenuta in corrispondenza del passaggio
di un gruppo di... non lo so, parlavano tedesco. Le alternative sono tre:
o l'ho lasciato lì, ma in seguito non c'era più, o l'hanno
preso loro per sbaglio, o l'ha portato via il vento, ipotesi non da scartare
vista la situazione meteo. Ma di tutto questo mi accorgerò scendendo,
sta di fatto che da questo momento non se ne sa più niente.
L'ingresso del rifugio è preceduto da una sorta di anticamera in cui
depositare scarponi e attrezzatura e prendere delle ciabatte da usare all'interno.
Da dentro, una volta tolti gli occhiali da sole e fatta l'abitudine alla
luminosità della sala, non è quasi più possibile guardare
fuori, tanta è la luce che ci circonda. L'alta montagna è un
regno di luce, tutto è luce, i ghiacciai sono luce, il cielo è
luce. Un mondo che la gente di pianura non può nemmeno immaginare.
Tornando a noi, una volta entrati prendiamo possesso dei nostri letti in
una camerata da 16 al secondo piano, sotto il tetto. Onestamente speravo
in una più tranquilla cameretta, in cui muoverci come ci pare, ma
ahimè erano già tutte piene (al rifugio era presente un gruppo
appartenente a un corso del CAI, e sicuramente avevano già prenotato
da parecchio tempo).
Piazziamo la nostra roba un po' come viene, comunque in pratica io dormirò in mezzo.
Il progetto originale prevedeva che il pomeriggio venisse trascorso a fare
pratica di cordata sul ghiacciaio, ma il vento è fortissimo, insopportabile,
e ci riduciamo a giocare a carte al caldo (non troppo) del rifugio.
La cena è in due turni, uno alle 18.30 e l'altro più o meno
alle 20. Visto che per le mie abitudini, e avendo pranzato alle 15, mi andrebbe
bene il secondo turno, mi tocca il primo, ma fa lo stesso.
Dopo cena Massi va a dormire; chiede di fare un pisolino di un quarto d'ora,
ma dopo un'ora e mezza, perse altre 4 mani a carte e scattate le necessarie
foto al tramonto da dietro i vetri, lo raggiungiamo.
Nella camerata qualcun altro dorme già e non possiamo accendere la
luce; infilarsi nel sacco letto non è facile anche perchè in
pratica dormiremo vestiti, ma l'operazione si conclude felicemente, se escludiamo
un mio errore nel posizionamento del sacco in questione che mi costringerà
a rimanere tutta la notte con le gambe piegate.
La nostra sveglia è fissata per le 5, ed è meglio dormire il
più possibile. Poco dopo arrivano anche i tanti svizzeri e/o tedeschi,
ma alla fine mi secca riconoscere che quelli che fanno rumore più
a lungo infischiandosene di chi sta nonostante tutto cercando di dormire
sono italiani.
Dal nostro sottotetto possiamo percepire la violenza del vento infernale
che passa poche decine di centimetri sopra di noi; allungando una mano possiamo
toccare il soffitto inclinato e sentirlo vibrare mentre le raffiche sembrano
voler strappare le lastre di rame che ricoprono il tetto. Il rumore del vento
è fortissimo; se non fossi in un rifugio di montagna appositamente
costruito per resistere a ben altro mi preoccuperei.
Sta di fatto che Marco si addormenta subito e non si sveglierà fino
all'ora prestabilita, Massi dormirà a tratti e io invece non riuscirò
a chiudere occhio, se non per un piccolo intervallo che posso stimare di
circa mezz'ora. Non ho mai sofferto di mal di montagna ma so che può
succedere inaspettatamente a tutti; è la prima volta che dormo ad
una quota simile e per di più non ho ancora digerito. Sommiamo preoccupazioni
per malesseri che non avrò (la cura migliore per il mal di montagna
è un immediato e veloce rientro a valle, cosa assolutamente impossibile
in quella situazione), letto che non è il mio e che per di più...
non è un letto, temperatura sbagliata (in eccesso) per errata valutazione
della dissipazione termica del sacco letto, gente che russa, vento che già
normalmente mi innervosisce e adesso è fortissimo due spanne sopra
di me, un minimo di preoccupazione per cosa faremo il giorno dopo e il quadro
che si ottiene è l'insonnia più totale. Esattamente quello
che volevo evitare.
5 agosto - giorno 2.
Non dormo, e questo ormai è un dato di fatto. Il problema è
che non posso nemmeno fare altro; rotolarmi su me stesso vorrebbe dire svegliare
i miei compagni di avventura, giocare a Tetris col cellulare mi sembra fuori
luogo, da leggere non c'è niente e poi rendetevi conto che siamo 12
in una stanza grossa poco più di quella in cui dormo normalmente
da solo a casa mia (non a Champoluc), ed è andata bene perchè
potevamo essere 16. Non mi resta che esaminare il mondo che mi circonda.
L'operazione dura tre secondi netti perchè il buio è totale;
dall'unica finestra, che è nella stanza a fianco, non entra la minima
luce dall'esterno in una notte senza luna. Alla fine mi riduco ad ascoltare
il vento, attività molto bucolica non fosse che avrei di gran lunga
preferito dormire.
Soffia a raffiche più o meno regolari, e la situazione non sembra cambiare,
finchè verso le 2 l'intensità diminuisce. Comincio a sperare che una bella
giornata senza vento accolga la mia prima cordata, quando intorno alle 3
la cosa ricomincia, e non smetterà più.
Esaminando le mie condizioni, tutto sommato mi sento abbastanza bene; il
mal di testa del giorno prima, probabilmente dovuto al vento forte, è
passato, e le uniche cose che devo notare sono un battito cardiaco accelerato
e una lievissima nausea. Per giustificare il primo guardo il barometro, che
segna 670 mbar; praticamente c'è 1/3 di ossigeno in meno e non sono
certo acclimatato. Per il secondo mi immagino semplicemente che andare a
letto con la cena ancora da digerire possa essere la causa più probabile;
ad ogni modo le cose non vanno peggiorando e non me ne preoccupo più
di tanto.
Nel frattempo qualcuno si è alzato e se ne è andato, evidentemente
sono partiti per una scalata lunga e impegnativa.
Sto cominciando a riconoscere le persone invisibili che mi circondano da
come respirano/russano dormendo, quando alle 4.50 sento il gruppo elettrogeno
del rifugio che parte, e vedo le luci del corridoio del piano di sotto accendersi.
La giornata comincia.
Ci alziamo e ci prepariamo per scendere, racogliendo tutta la nostra roba
nello zaino e piegando le coperte. Solo alle 21.50 saprò che la custodia
del mio sacco letto è stata raccolta per sbaglio da Marco, ma poco
male, la recupererò prestissimo.
È ancora buio pesto, e le stelle sono le uniche luci visibili fuori.
Ben presto però il cielo comincierà a rischiararsi, e i ghiacciai
subito a splendere.
Massi in compenso sembra poco sveglio. Dopo essersi alzato è rimasto
seduto sul bordo del letto, nella poca luce che c'è sembrerebbe palliduccio.
Qualcosa non va?
Riempiti gli zaini portiamo tutto quanto al piano terra per la colazione.
Intorno a noi tanti si stanno preparando per partire, c'è un grande
armeggiare con imbragature, corde, moschettoni e piccozze.
Il vento è ancora davvero forte, oltre che gelido.
Una bella doppia cioccolata calda è quello che ci vuole, in più
pane, burro, marmellata e miele. Colazione direi adeguata a quello che potremmo
apprestarci a fare, ma Massi non mangia. Rimane pallido e in silenzio.
Ha mal di testa e nausea, dice. Brutto segno. Sono alcuni dei sintomi del
mal di montagna. Proviamo ad aspettare un po', ma la situazione non cambia,
mentre le cime
cominciano ad essere illuminate dal sole di un'altra limpida
giornata in cui anche il Monviso, distante più di cento chilometri,
sembra a portata di mano (foto a destra).
Di partire per il Polluce o il Rossi e Volante non se ne parla. L'unica cosa
che possiamo cercare di fare è scendere; non possiamo restare lì.
Regoliamo i conti con il rifugio e zaini in spalla.
Fuori dalla porta ci accoglie il solito vento gelido. La discesa inizia subito;
il primo tratto è ripidissimo, e ci sono alcuni metri in cui la situazione
sembra davvero non essere sotto controllo: il terreno è completamente
ghiacciato, scivolosissimo, e spesso senza appigli. Tengo in mano i ramponi,
pronti per essere montati appena finito il tratto con le passerelle e la
corda, e mi rendo conto che insieme alla piccozza mi impicciano non poco.
Ho troppe cose in mano, non riesco nemmeno a tenermi. Scendo lentissimamente,
quasi seduto, e mi riduco a fare presa con le mani usando i ramponi da un
lato e la picca dall'altro.
Per fortuna il tratto dura pochi minuti; una volta infilati ai piedi i ramponi
scendo che è una meraviglia. La neve si è in parte sciolta
rispetto alla salita, e adesso bisogna proprio andarsele a cercare le zone
innevate per bene, dove i ramponi fanno la presa di cui abbiamo bisogno (foto a sinistra).
La neve rimasta è comunque completamente gelata.
Marco non si fida della riparazione del suo rampone (si trattava in effetti
solo dello sfilamento della basetta che unisce il tallone alla punta) e procede
con i soli scarponi, senza comunque incontrare troppi problemi, tant'è
che ci distanzia velocemente e lo ritroveremo al Mezzalama. Massi in compenso
sembra essersi abbastanza ripreso; arrivato sul ghiacciaio non perde l'occasione
per provare ad attrezzare una sosta inaugurando i chiodi da ghiaccio.
Sembra che si sia trattato di una reazione a qualcosa che c'è nel
rifugio, magari qualche sostanza che viene usata per pulire, perchè ricorda
di aver avuto lo stesso problema un'altra volta, sempre allo stesso posto:
mal di testa e nausea che scompaiono uscendo.
Ci dispiace aver sacrificato l'uscita su ghiacciaio decidendo di scendere
subito, ma viste le sue condizioni non si poteva rischiare di salire ulteriormente.
Sarà per un'altra volta.
Dal ghiacciaio siamo nuovamente accompagnati dal vento freddo, che tuttavia
è meno intenso del giorno prima, e tende a calare man mano che scendiamo,
mentre le cime sono ancora abbondantemente spazzate. Al Mezzalama non dà
più molto fastidio, si può proseguire senza guanti. Nei pressi
del rifugio fotografiamo alcuni camosci, per nulla spaventati della nostra
presenza (sono sicuramente abituati a vedere molta gente).
Parliamo con un alpinista che sta per uscire per un'escursione di diversi
giorni armato di tutto quello che serve per alpinismo, arrampicata, arrampicata
su cascata ghiacciata e sci-alpinismo. Infine Marco decide di fermarsi a pranzare al
Mezzalama, mentre io e Massi iniziamo la lunga discesa, appurata anche la
sparizione del famoso sacchetto. Ci aspettano ancora 1300 metri di dislivello,
oltre ai quasi 400 già fatti.
Arriviamo tutti e due un po' acciaccati a St.-Jacques; Massi ha male ai piedi,
mentre io ho le spalle doloranti per il peso dello zaino e il ginocchio sinistro
da tenere praticamente rigido, nonchè un accettabile male agli alluci
per sfregamento contro lo scarpone durante la lunga discesa.
L'avventura si conclude a casa mia, a Champoluc, verso le tre del pomeriggio,
quando finalmente riusciamo a mettere qualcosa in pentola e goderci il meritato
riposo.
Massi riparte per Vercelli nel pomeriggio, ma tornerà domenica per
restare una settimana, in cui speriamo di farne ancora qualcuna. Magari con
meno vento...
6 agosto - il giorno dopo.
Tutto a posto per tutti. La gita non sembra aver lasciato particolari segni, se non la comprensibile stanchezza che andrà calando coi giorni, non fosse che nei giorni successivi, con tempo splendido, di star fermi proprio non se ne parla. Ma queste sono altre storie, visto che si progetta già di tornare lassù...
Hanno partecipato all'avventura del Guide d'Ayas del 4 agosto 2005:| Itinerario alpinistico 1: salita al rifugio Guide di Ayas | Itinerario alpinistico 4: Traversata del Castore |
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